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Le norme per la sicurezza sul lavoro sono state già varate dal Parlamento, ma il Consiglio dei ministri non attua le deleghe e le rende inapplicabili
A palazzo Chigi non si vede l’urgenza (come invece fu per i rom…). Incidenti gravissimi ieri da Nord a Sud: Alessandria, Venezia, Modena, Roma e Melfi

Ne hanno uccisi altri cinque
Padroni recidivi, governo latitante

Stefano Bocconetti

Senza aggettivi. Nel senso che non ce ne sono più. Ieri, altre cinque morti sul lavoro. Da Nord a Sud, fino a Melfi. Fino alla fabbrica della Fiat, cioè il simbolo dell’industria italiana. Industria che uccide. Uccide e provoca. Visto che un’ora dopo la morte di Luigi Simone, schiacciato da un carrello, la più grande impresa italiana s’è affrettata a distribuire un comunicato per dire che lei non c’entrava nulla, che l’operaio era dipendente di una ditta appaltatrice. Un comunicato che servirà ad assolverla solo in quei giornali e in quelle tv da sempre ben disposte verso la casa torinese. Un comunicato che in realtà aggrava la sua posizione. Che racconta di come la capofila degli industriali di questo paese abbiano scomposto il lavoro. Solo per mettere all’angolo il sindacato, solo per poter imporre nelle sue fabbriche il lavoro senza diritti. Quello che ha ucciso Luigi Simone. E, nella stessa giornata, un operaio di 55 anni, di Jesolo, morto all’Arsenale di Venezia, e un capoturno di una fabbrica di laterizi ad Alessandria e quel lavoratore che ha perso la vita mentre stava costruendo la rete fognaria di una frazione alle porte di Roma. E quel carpentiere, vicino a Modena, che per sistemare le assi che stava sollevando con la sua gru, è morto schiacciato. O quella donna bracciante, a Taranto, travolta da un’auto, quando aveva finito di lavorare. E che ora è ricoverata in ospedale in condizioni gravi.
Senza più aggettivi, allora. Perché non ne esistono che rendano la tragedia di questo paese, la sua prima, vera emergenza, che ha già fatto mille e duecento vittime dall’inizio dell’anno. Senza aggettivi. A meno che non si accettino per buoni quelli che ha usato ieri Palazzo Chigi. Che se n’è uscito con un aggettivo-participio: sconcertante. Che, in politica, è l’espressione banale che usa chi si mostra sorpreso da qualcosa. Da qualche fenomeno. E ancora: a meno di non accontentarsi di quella formula -«per noi la sicurezza è un valore assoluto» - usata da Montezemolo. Che suona grave, di più: vergognosa, alla luce di quel che è avvenuto ieri.
La cronaca di ieri. Ora, con un salto logico, si deve tornare ad un’altra brutta giornata. Ad un mese e mezzo fa, al 30 ottobre, a Roma. Bisogna tornare indietro ad un altro fatto di cronaca. Quando una donna, Giovanna Reggiani, fu aggredita e uccisa in una strada buia di Tor di Quinto. Mentre tornava a casa. Fu uccisa da un rom di origine rumena. Che forse la voleva rapinare, forse violentare. Catturato grazie alla denuncia di una donna, anche lei rom, che viveva nel suo stesso “campo”.
Tutti ricordano quei giorni, l’emozione di quei giorni. Fu lì, poche ore dopo il delitto, che il sindaco di Roma, già leader del partito democratico, decise di rompere gli indugi e chiese misure severe per la sicurezza nelle città. Chiese, e ottenne, più poteri ai sindaci. Poteri che molti di quei sindaci non volevano. Chiese e ottenne un giro di vite. Chiese e ottenne un decreto legge, per cominciare a far funzionare le nuove normative senza aspettare i tempi del Parlamento. Si sta parlando esattamente di quel decreto che, lo si è scoperto in queste ore, l’esecutivo non è riuscito neanche a scrivere correttamente. Tanto che Napolitano ha minacciato di non firmare.
Ma non è questo quel che conta ora. Conta il fatto che davanti ad un’emergenza - un’emergenza imposta dai media, da Bruno Vespa, dai titoli sui giornali più che dalle statistiche - il sindaco leader dei democratici ha battuto i pugni sul tavolo. Sul tavolo di Palazzo Chigi. Ha imposto tempi ravvicinati, ha messo fretta alla politica. Com’è andata a finire lo sanno tutti: la fretta di proteggere i cittadini s’è arenata davanti alla richiesta di proteggere tutti. Anche i cittadini vittime dell’omofobia. Quelli no, non contano. Ma resta la sua uscita, la sua pretesa di avere un decreto. Ecco il punto: da almeno vent’anni in Italia c’è davvero un’emergenza. L’ha creata, voluta il profitto. Ci sono quelle migliaia di morti sul lavoro. Il centrosinistra - che non ha proprio le carte in regola per presentarsi davanti al mondo del lavoro sventolando buoni risultati - in questo caso qualcosa ha fatto. Ha varato il testo unico, che fissa norme rigorose, serie. Da paese europeo. Il testo unico è fatto da dodici paragrafi. Undici sono già in vigore. Ne manca uno, il primo. E’ stata votata una delega al governo perché lo attui. Entro 90 giorni, si stabilì. Poi ridotti a 70, grazie alle pressioni della sinistra. Manca ancora un mese mezzo alla scadenza di quella data. Un mese e mezzo, nel nostro paese, significano centottanta morti. Centottanta nuovi morti sul lavoro. Che si potrebbero evitare, ridurre almeno, se fosse dato il via libera - ora, stamattina - al decreto che impedisce ai precari di fare lavori pericolosi, che inasprisce le pene per chi viola le norme di sicurezza. Che riduce i ritmi per chi è più esposto ai rischi. Che impedisce alle imprese inadempienti o inquisite per violazione delle leggi sulla tutela del lavoro di partecipare alle gare di appalto. Basterebbe un decreto attuativo. In questo caso, Veltroni non lo chiede. Lo chiedono tutti gli altri, però. Un decreto, niente di più. Anche se non è poco. Non è poco in un paese dove il presidente del Consiglio, il giorno dopo la tragedia della Thyssen convoca a Palazzo Chigi, Montezemolo. Lo stesso che ha impedito fio ad ora l’attuazione di quella prima norma.
Ieri, l’anziano senatore Macaluso, sul “Riformista” denunciava la solitudine di una classe operaia senza più rappresentanza. Non sarà certo una legge a ricostruire quei legami spezzati. Fra chi lavora e muore e la politica. Ma un decreto, un decreto fatto oggi, fra poche ore, almeno potrebbe raccontare che le istituzioni non si mettono a metà fra chi muore di lavoro e chi ci guadagna da quelle morti. Sceglie. E sarebbe già una cosa.

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