Alcune proposte per la riunione di stasera, è un mix di vecchi documenti e nuove proposte dategli un’ occhiata e fatemi sapere se và bene.

DIZIONARIO DI VALORI E PROPOSTE PER UNA NUOVA SINISTRA

Microcredito

 

Il microcredito è uno strumento di sviluppo economico che permette l’accesso ai servizi finanziari alle persone in condizioni di povertà ed emarginazione. Nei Paesi in Via di Sviluppo milioni di famiglie vivono con i proventi delle loro piccole imprese agricole e delle cooperative nell’ambito di quella che è stata definita economia informale. La difficoltà di accedere al prestito bancario a causa dell’inadeguatezza o della mancanza di garanzie reali e delle microdimensioni imprenditoriali, ritenute troppo piccole dalle banche tradizionali, non consente a queste attività produttive di avviarsi e svilupparsi libere dall’usura. I programmi di microcredito propongono soluzioni alternative per queste microimprese e in un certo senso sono paragonabili ai prestiti d’onore.

In considerazione dell’efficienza dimostrata in moltissimi casi, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 Anno Internazionale del Microcredito

Negli ultimi anni, inoltre, sono in corso tentativi di diffusione del microcredito (con gli adattamenti opportuni) anche nelle economie avanzate a sostegno dei cosiddetti “nuovi poveri”, cioè coloro che nei Paesi Sviluppati vivono sulla soglia della sussistenza o al di sotto di essa e che possono trovarsi in gravi difficoltà di fronte a spese improvvise anche di piccola entità

Da Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Per ulteriori informazioni vedi l’appendice.

 

Nel nostro territorio viviamo difficoltà di emergenza e di crisi, il microcredito rappresenta una strategia di sviluppo economico che può permettere alla nostra terra di crescere e svilupparsi, scardinando quel sistema di clientele che incatena la libertà dei cittadini del Sulcis-Iglesiente.

Pertanto proponiamo:

1.L’istituzione attraverso la provincia e la regione di una Fondazione della banca dei poveri, che possa finaziare progetti di micro credito da 500 a 50.000 euro con tassi per la restituzione di un massimo del 2% . Per evitare sistemi di clientele e di mafie tale fondazione deve essere gestita dalla Banca Eticam, che nel corso degli anni ha dimostrato serietà e onestà nella lotta alla povertà e la negazione dei diritti.

 

 

Legalità

“ …La mafia è un’istituzione antistato che attira consensi perché ritenuta più efficace dello stato, è compito della scuola rovesciare questo processo perverso formando giovani alla cultura dello stato e delle istituzioni.” Paolo Borsellino. Noi del gruppo “Zorba il gatto” siamo convinti che la forma migliore per contrastare la mafia è proprio l’educazione alla legalità e alla non-violenza. Ma questo da solo non basta, sono necessarie delle azioni di contrasto da parte dello stato stesso, legalizzando quelle attività economiche che arricchiscono la mafia e la rendono potente, questo non significa legalizzare la mafia, il vero contrasto sta nel cercare un sistema di legalizzazione non-violento: prendiamo come esempio la prostituzione, regolarizzare il mestiere significa dare la possibilità alla prostituta di gestire da sé il proprio lavoro, eliminando in questo modo il controllo della mafia. È importante mettere l’informazione e l’educazione di fronte ad ogni atto, in questo modo si può affrontare un discorso di legalizzazione delle droghe leggere.

L’educazione alla legalità è la vera arma da usare contro il sistema corrotto.

 

Per questo proponiamo:

 

  1. La creazione di un decalogo antimafia che stabilsca regole etiche e criteri di selezione per i candidati.

  2. L’organizzazione di una serie di eventi (presentazione di libri, film ecc..) sulla cultura della legalità

 

 

Software Libero

 

Premesso:

  • che viene definito come Software Libero del software (sistemi operativi, applicativi generici, elaboratori di testo, gestori di database, navigatori internet e applicativi più specialistici) il cui uso non sia soggetto a limitazione, tranne quella di imporre limitazioni future sui prodotti da esso derivati (con la cosiddetta licenza GPL: General Public Licence) e il cui codice sorgente sia noto e liberamente disponibile;

  • che il delicatissimo aspetto della sicurezza informatica fa sì che l’impiego di prodotti proprietari di aziende che non rilasciano il codice con cui sono stati prodotti i programmi, rende di fatto impossibile anche a esperti sapere esattamente cosa quel programma fa o può fare o potrebbero fare future versioni;

Considerato:

  • che alcuni programmi proprietari sono potenzialmente in grado di inviare via internet notizie provenienti dal computer su cui sono installati a computer remoti, anche all’insaputa dell’acquirente e che la maggior parte dei software proprietari, mantenendo segreto il codice sorgente, rendono inattuabile o comunque complesso verificare se tale funzione sia o meno presente nei software installati. Questo aspetto sconsiglierebbe quanto meno l’impiego di software senza codice sorgente controllabile su personal computers su cui siano depositati dati riservati e/o di valore;

  • che vengono messi sul mercato di continuo nuove versioni di pacchetti software oggi maggiormente in uso che all’atto pratico sono diverse dalle precedenti solo per pochi dettagli o per funzioni spesso marginali;

  • che spesso non esiste compatibilità fra due versioni di uno stesso prodotto costringendo quindi la pubblica Amministrazione ad acquistare sempre il prodotto più recente con un notevole esborso di risorse pubbliche per l’adeguamento delle dotazioni dei software con le versioni più recenti;

Ritenuto

  • che i requisiti essenziali per i dati della Pubblica Amministrazione siano:

  1. la sicurezza dei dati trattati e conservati;

  2. la comunicabilità dei dati: cioè ogni documento messo a disposizione del pubblico dovrebbe essere in un formato leggibile dai principali programmi di videoscrittura e non solo da uno o pochi di essi;

  3. la stabilità del formato: cioè garantire la permanenza nel tempo della documentazione prodotta dall’Amministrazione, evitando di dover ricominciare da zero in caso di cambiamento di hardware o software;

Dato atto

  • che l’acquisto delle nuove versioni dei software attualmente in uso rappresenta oggi una spesa ingente del totale della spesa informatica, con costi che si avvicinano a quelli sostenuti per l’acquisto dell’hardware dei modelli più recenti di personal computers;

Visto

  • che tali stanziamenti di spesa potrebbero essere meglio investiti per potenziare il servizio di rete pubblica, l’efficienza dei servizi o per la promozione di una maggiore alfabetizzazione informatica del personale e dei cittadini;

  • la proposta di legge del senatore Cortiana (in allegato)

considerato che la tendenza più conveniente, anche nell’ambito della cosiddetta “nuova economia”, è quella di spostare gli investimenti sui servizi quali assistenza e formazione, in modo da valorizzare le risorse umane;

Proponiamo ao comuni e alla Sinistra l’Arcobaleno:

  • Di attivarsi per mettere in atto politiche per diffondere maggiormente il software libero e open source nelle scuole e presso tutti i cittadini, consentendo in tal modo la progressiva introduzione del software libero nei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione.

  • Di valutare, in futuro, la convenienza dell’acquisto di pacchetti software per uffici del comune, anche alla luce delle esigenze di sicurezza dei dati protetti dalla legge sulla privacy o comunque di valore per l’Amministrazione e/o per i cittadini; di considerare i vantaggi derivanti dall’investire in assistenza ed installazione invece che nell’acquisto continuo di nuove versioni di prodotti software.

  • Di valutare inoltre la componente costo del prodotto/ assistenza fornita, la facilità d’uso, la rispondenza alle esigenze dell’Ente, nonché a verificare se analoghe caratteristiche sono assicurate da prodotti che possono essere acquisiti gratuitamente.

  • Di promuovere l’impiego di formati di dati standard, aperti e documentati, in modo da mantenere la piena compatibilità con futuri ed eventuali cambiamenti tecnici, quali ad esempio, la realizzazione di programmi ad hoc per la P.A.

  • Di prevedere la possibilità di corsi di riqualificazione informatica per dipendenti comunali, per permettere la conoscenza e l’uso del sistema operativo Linux e di altri prodotti di free software e quindi open source.

 

 

 

 

Copyleft.

 

Al giorno d'oggi sentiamo sempre più spesso parlare di copyleft, di che si 

tratta?

Eccone una definizione.

"L'espressione inglese copyleft, gioco di parole su copyright, individua un 

modello alternativo di gestione dei diritti d'autore basato su un sistema di 

licenze attraverso le quali l'autore (in quanto detentore originario dei 

diritti sull'opera) indica ai fruitori dell'opera che essa può essere 

utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto 

di alcune condizioni essenziali. Nella versione pura e originaria del 

copyleft (cioè quella riferita all'ambito informatico) la condizione 

principale obbliga i fruitori dell'opera a rilasciare eventuali modifiche 

apportate all'opera a loro volta sotto lo stesso regime giuridico (e 

generalmente sotto la stessa licenza). In questo modo, il regime di copyleft 

e tutto il fascio di libertà da esso derivanti sono sempre garantiti."Il copyleft oramai rappresenta l'innovazione culturale del nuovo secolo.

Si passa da un modo di diffondere la cultura "dall'alto verso il basso" 

(copyright) ad un modo di costruire la cultura dal basso (copyleft), in cui 

l'autore, rinuncia ad alcuni diritti sull'opera, rendendola di proprietà 

dell'intera comunità.

L’esempio più lampante del copyleft è wikipedia: la più grande encicopledia

che sia mai esistita.

Un altro esempio è il software libero, come linux, un sistema operativo

innovativo e liberamente disponibile per tutti.

Un altro esempio, più vicino a noi, sono i contenuti del portale della regione

sardegna, che, essendo pagati dai cittadini, vengono messi a disposizione

sotto una licenza “copyleft” (”Creative Commons”).

 

Omnicrazia

 

Cos’è l’omnicrazia? Potremmo definirlo “il potere di tutti” ma, su cosa si basa? Come si applica? L’omnicrazia è una proposta del maestro di nonviolenza Aldo Capitini che elabora alla fine degli anni 60’. Il processo Omnicratico si basa :

  • sul rifiuto totale è assoluto della guerra, per due ragioni: la prima è che la guerra è la più grande forma di violenza e di barbarie che l’uomo ha mai creato. La seconda è che dietro la guerra esistono interessi puramente economici. Nel passato la guerra era finalizzata all’acquisizione di risorse, oggi è finalizzata all’acquisizione di risorse e, soprattutto, al commercio stesso della guerra: la vendita delle armi è un’ ottima attività remunerativa per i pochi governi che ne producono. Un esempio ci è fornito dalle innumerevoli guerre civili in Africa e nel mondo durante le quali le grandi multinazionali armano la guerriglia e i militari assicurandosi, indipendentemente dal risultato del conflitto, un’ alleanza con il vincitore.

  • La compresenza,“attraverso i tutti verso un tutto migliore” ovvero, lavorare per il bene e la felicità di tutti, sentirsi uniti nella ricerca di una gioia comune per raggiungere l’orizzonte della solidarietà e del benessere comunitario.

  • La cultura della nonviolenza e della solidarietà. Lavorare giorno per giorno affinché si creino le basi culturali per una società della nonviolenza.

  • L’assemblea. Creare degli spazi in cui esercitare il proprio potere con gli altri. L’omnicrazia può esistere solo ed esclusivamente se le scelte vengono stabilite insieme agli altri attraverso discussioni e confronti e dunque attraverso delle assemblee.

  • L’informazione. Troppo spesso siamo tenuti all’oscuro sulle scelte dei governi. Lo stato deve obbligatoriamente fornire l’informazione affinché i cittadini possano scegliere liberamente il proprio futuro.

  • La comunità. I paesi, le città, le grandi frazioni urbane devono potersi sviluppare e gestire come comunità, come realtà territoriali devono poter decidere il proprio sviluppo economico, sociale, ambientale e culturale insieme alle altre comunità.

Facciamo proposte concrete!

Partiamo dal livello locale: il comune deve decidere come modificare un quartiere. Oggi accade che un assessore e qualche tecnico decidano, chiusi in una stanza, come cambiarlo. Con l’Omnicrazia l’assessore(o chi per lui) e i tecnici DEVONO riunire il quartiere, esporre le risorse che il comune ha per le modifiche e decidere, insieme ai cittadini, cosa cambiare e come cambiarlo mettendo, al centro della discussione, le modifiche devono servire per il benessere e la felicità di tutti, non per l’egoismo di pochi. In questo modo la pubblica amministrazione crea un esercizio reale di democrazia, crea cultura della nonviolenza e della solidarietà e, sicuramente, migliora la città. Il bilancio partecipativo, in Brasile già realtà, rappresenta la realizzazione di questo principio.

Per poter invece decidere sul livello nazionale, regionale, provinciale deve essere fatta una norma che obblighi gli eletti che hanno il compito di rappresentarci, ad incontrare la propria assemblea territoriale per decidere sulle leggi nazionali. Un parlamentare non è dunque libero di “farsi i fatti suoi” in parlamento ma deve rendere conto mensilmente ai propri elettori.

La creazione di organi di controllo sulle strutture pubbliche e private. Se per esempio in un territorio esiste una fabbrica potenzialmente inquinante, le istituzioni, i cittadini, le associazioni dei lavoratori e ambientaliste devono avere l’opportunità di potersi coordinare per verificare se tale industria provoca danni nel territorio e per poter prendere provvedimenti.

In ogni realtà territoriale devono esistere centri omnicratici. In ogni quartiere devono essere costruite delle strutture libere per la vita sociale della comunità come, ad esempio, centri di aggregazione aperti a tutti all’interno dei quali tutti possono avere la possibilità di poter decidere sulle attività del centro.

In conclusione ci batteremo per un cambiamento solidale e nonviolento della società e perché tutti i gangli istituzionali, che oggi sono stanze chiuse in cui pochi decidono, diventino luoghi di partecipazione e decisione omnicratica.

 

L’economia nonviolenta si basa su alcuni principi che sono in netta contraddizione con quelli dell’attuale sistema capitalistico (il presente paragrafo e quello successivo sono tratti dal libro di Nanni Salio Economia Nonviolenta) :

A. La cooperazione, e non la competizione, è il fondamento per qualunque attività.
Il capitalismo si basa invece sulla competizione tra aziende e tra lavoratori; fa appello alle peggiori qualità delle persone, con il contraddittorio argomento che perseguendo il proprio interesse si favorisce il bene di tutti.

B. La distribuzione dei prodotti sociali deve dare priorità ai più bisognosi.
Perchè un individuo dovrebbe quadagnare di più solo perché ha genitori ricchi o grandi abilità naturali? L’attuale produzione mondiale è talmente abbondante, da poter soddisfare le necessità di tutti (ma non, secondo Gandhi, l’ingordigia di tutti). Il problema è la distribuzione.

C. Per tutti deve essere disponibile un lavoro soddisfacente
All’interno del capitalismo, il lavoro è considerato come una sgradevole attività, necessaria per ottenere un introito sufficiente a vivere bene. A differenza di una società che distribuisce i beni a coloro che ne hanno più bisogno, sotto il capitalismo vi è una gran quantità di produzione superflua, sprechi e attività insensate, come pubblicità, obsolescenza programmata, produzione militare, forniture di lusso per i ricchi e lavori inutili, giustificati solamente dal fatto che procurano una fetta delle risorse disponibili. Per contro, vi è una quantità di lavoro necessario per il quale non sono disponibili risorse finanziarie, o lo sono in misura molto scarsa, come la cura dei bambini, l’assistenza e i contributi per i poveri, la tutela dell’ambiente, i rapporti di amicizia e l’aiuto alle persone sole o disabili.

D. Il sistema è progettato e condotto dal popolo stesso, piuttosto che dalle autorità o dagli esperti
Nel capitalismo comandano le persone con più soldi e più potere; la partecipazione popolare è favorita solo nella misura in cui può sostenere la competizione tra le aziende e mantenere il controllo manageriale (come nelle limitate forme di democrazia industriale).

E. Il sistema è basato sulla nonviolenza; una politica nonviolenta ha senso solo se il fine e i mezzi sono compatibili.
Il capitalismo si fonda sull’uso del potere dello stato per proteggere il sistema di proprietà.

Le “sette parole” dell’economia nonviolenta

Possiamo esplorare la struttura teorica dell’economia nonviolenta ispirandoci agli studi prodotti in India e altrove da alcuni economisti d’ispirazione gandhiana, in particolare da Romesh Diwan ,ovvero individuando sette parole chiave: self-reliance, lavoro per il pane, non possesso e non-attaccamento, amministrazione fiduciaria, non sfruttamento, eguaglianza, satyagraha.

Approfondiamo di seguito la riflessione di alcune delle più importanti parole-chiave:

Self-reliance
Questo termine (swadeshi in hindi) sta a indicare l’assenza di dipendenza, il contare sulle proprie forze.
Più precisamente, la self-reliance mira a realizzare i seguenti punti:
- soddisfacimento dei bisogni fondamentali minimi senza dipendere da fonti esterne
- massimo uso di risorse (compreso il lavoro) e tecnologie locali
- commercializzare solo quei prodotti che non possono essere realizzai su scala locale

Lavoro per il pane
Con questo termine s’intende propriamente il lavoro minimo manuale per la produzione di valori d’uso.
Nella concezione gandhiana il lavoro è inteso come l’attività normale per vivere, uno strumento di autorealizzazione e di servizio per gli altri. E inoltre non lo si concepisce né nel senso riduttivo e statico di “posto di lavoro”, né in quello altrettanto limitativo di “lavoro salariato”.

Non-possesso, non-attaccamento
Gandhi credeva che solo chi non possedeva nulla fosse effettivamente immune dalla paura. La proprietà ed il bisogno di godere e avere beni personali sono la causa di ogni timore, incluso quello per la propria vita.
Ma ancor più che il possesso è l’attaccamento ai beni che viene condannato nell’economia gandhiana. E’ a causa dell’ “inesauribile ingordigia travestita da alto tenore di vita e dal mito dell’inarrestabile progresso” che oggi il pianeta è devastato e un miliardo di persone non ha di che vivere. Per Gandhi, questo è il secondo e tragico errore dell’economia occidentale, che oltre a non conoscere il “principio del limite”, ovvero oltre a non “chiedersi quanto sia abbastanza”, è fondata sull’avidità e sull’invidia, che alimentano la spirale crescente e perversa dei consumi.

Amministrazione fiduciaria
Gandhi estende il concetto di alienazione, già usato da Marx nella sua critica all’economia capitalista, prendendo in considerazione altre forme di alienazione come quelle prodotte dal consumismo e dalla perdita di solidarietà ed infine l’alienazione nei confronti della natura e del sé interiore. Per superare questi fenomeni di alienazione e i conflitti che ne derivano nella gestione della proprietà, Gandhi propone il metodo dell’amministrazione fiduciaria, in prima approssimazione vicino all’autogestione e alla mutua cooperazione.
Poiché la proprietà dello stato porta alla concentrazione economica e politica nelle mani di una piccola burocrazia, egli propone un sistema altamente decentralizzato, autogestito, con elementi di socialismo dal basso, basato sulla teoria del lavoro di cui abbiamo parlato in precedenza.

Satyagraha
Letteralmente significa “forza della verità”. Per realizzare un profondo cambiamento sociale come quello previsto da un’economia nonviolenta è necessaria la presenza di una minoranza rivoluzionaria nonviolenta. Questa minoranza deve possedere un’alta coscienza politica, un comportamento moralmente sensibile ed esemplare e deve essere capace (addestrata) di praticare il satyagraha.

Esempi di alternative di economia nonviolenta

Ecco di seguito alcune possibilità di alternative attualmente esistenti al capitalismo:

Scambi tra comunità, come il LETS (Local Employment and Trading System), un servizio di informazione cooperativo senza scopo di lucro per coordinare gli scambi locali di beni e servizi. A differenza dell’ anonimo mercato, un tale sistema di baratto facilita il contatto tra la gente e favorisce la formazione di una mentalità più cooperativa. Il LETS è un completamento dell’economia monetaria, ma nello stesso tempo le si oppone, rendendo difficile allo stato esercitare il suo potere attraverso la tassazione.

Sono anche importanti i sistemi di microfinanza per i poveri, come la Grameen Bank in Bangladesh.

Controllo della produzione da parte dei lavoratori. Quando i lavoratori si accordano tra loro sull’organizzazione del lavoro, prendono decisioni riguardo ai prodotti e ai mercati e li controllano, la loro esperienza sull’alternativa alla normale organizzazione gerarchica si arricchisce. Strade, regolamenti edilizi, sistemi di potere, servizi di emergenza, scuole, sanità e molti altri aspetti della vita comunitaria potrebbero essere gestiti da chi li usa, in alternativa al normale sistema di controllo da parte di amministratori o rappresentanti eletti, che sono condizionati da potenti gruppi finanziari e industriali e dai propri personali interessi.

Libera distribuzione. Fornire beni e servizi direttamente a chi ne ha bisogno, gratuitamente o con un contributo volontario, è una forte alternativa al mercato capitalistico. Donare alimenti ai senza tetto, come fa il gruppo Food Not Bombs (Cibo Non Bombe), non ne è che un esempio. Un altro è il software gratuito prodotto da volontari e donato a chi lo richiede. Le biblioteche e i parchi pubblici esistenti sono già sfide al mercato: devono espandersi ed essere mantenute gratuite. Occorre anche aprire l’accesso al pubblico a istituzioni private o riservate, quali le biblioteche universitarie e gli uffici governativi.

Basandoci su questo ecco alcune proposte:

Cooprettive\imprese comunitarie o nonviolente.

Vogliamo una nuova forma di cooperativa\impresa basata sulla finanza etica, in cui non ci sia una differenza sproporzionata tra il salario dei dirigenti e quello dei lavoratori. Parte dei bilanci dovrà essere devoluta ad opere per la comunità(scuole, strade, ospedali, campi da calcio ecc..). In questo modo cambia radicalmente il modo di concepire la produzione. Il sistema capitalistico è incentrato sul profitto a guadagno di pochi, nel sistema comunitario l’obbiettivo è il benessere collettivo.

Sistema occupazionale basato sui consumi e produzioni locali.

Facciamo un esempio, il numero di abitanti della nostra provincia è di 131.890 abitanti il consumo minimo di pasta secca è di 23 kg annui, il consumo territoriale annuo minimo è di 3.033.470 kg. Se le istituzioni decidessero di investire in questo campo quanti posti di lavoro si creerebbero? Oggi nel nostro territorio per l’85 % si acquista pasta prodotta fuori dalla Sardegna se con una azione culturale si valorizzasse il prodotto sardo avremmo una occupazione duratura e costante. Teniamo poi conto che per fare la pasta si ha bisogno del grano (di macinarlo), del sale, dell’olio, dei pacchi per contenere la pasta. Insomma se il territorio avesse la capacità di soddisfare i bisogni primari dei propri abitanti avremmo molta più occupazione a tempo indeterminato di quanta né abbiamo oggi. Se poi ogni ditta utilizzasse il principio sopra descritto della comunità, quanto benessere avremo?

 

Cooperazione non autarchia.

 

Qualcuno erroneamente può pensare che questo sistema sia autarchico, ma non è così!

L’autarchia prevede il consumo di prodotti fatti solo nel proprio territorio, quindi se in Sardegna non possiamo produrre banane non né mangiamo. Noi invece crediamo che si debbano fare accordi commerciali con cooperative del terzo mondo o di altri stati. Facciamo un esempio.

 

 

L’utero è MIO e lo gestisco IO

Dalle pagine de ” Il Foglio”, qualche giorno fa, è stata lanciata dal suo direttore, Giuliano Ferrara, una proposta che non può non essere quanto meno commentata con sdegno dalla sottoscritta in quanto donna.

La proposta riguarda una moratoria, sullo stampo di quella sulla pena di morte da poco votata all’ONU, sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Il nostro caro Ferrara ci fa notare che, avendo approvato che ogni vita va rispettata in quanto tale e che nessuno ha diritto di uccidere, bisogna fare una revisione sulla Legge 194 perchè, come d’altronde si legge sul blog ufficiale della moratoria stessa “[..]La gravità morale dell’aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio […]”

Ora, la mia opinione è che si stia strumentalizzando l’argomento, col solo scopo di creare malumori sull’attuale governo, ma analizziamo meglio la situazione. Si è fatto un parallelo con la moratoria sulla pena di morte, ma in tutta onestà mi pare che non ci sia molto in comune sulle cose, la vita di un uomo che ha sbagliato seppur in maniera grave ha diritto ad essere, ma anche una donna DEVE avere il diritto di libera scelta sul proprio corpo.

Tutti si affannano a difendere le ipotetiche vite, quasi le donne gravide fossero indotte da chissà quali malvage menti ad interrompere le loro gravidanze, ma nessuno ricorda che la legge 194 è una legge che ben funziona. Questa è una legge che dà alla donna il diritto di scelta, e il fatto che una donna sia favorevole non implica il fatto che in futuro abortisca.

I dati statistici confermano il suo funzionamento, a livello nazionale ce li ha annunciati l’On. Turco “gli aborti registrano un decremento del 44,6% rispetto al picco del 1982. Da 234.801 casi siamo scesi a 130.033 nel 2006. Se poi isoliamo il dato delle donne italiane, il decremento è stato del 60%” mentre, per quanto riguarda la regione Sardegna, il dato è anche più soddisfacente, in 25 anni le donne sarde hanno praticamente dimezzato gli aborti.

Si parla di 5.7 interruzioni ogni mille gravidanze. Ma oltre ai dati così brillanti, un’altra nota positiva che non bisogna mettere , a mio parere, in secondo piano è che, dall’approvazione della tanto discussa legge, abbiamo finalmente messo da parte le conseguenze degli aborti clandestini.

Abbiamo potuto dire stop alle infezioni e, non raramente, alle morti dovute ad aborti da fattucchiere a suon di mentuccia, prezzemolo o improvvisati strumenti in mani di altrettanto improvvisati medici.

Lo compara all’omicidio il “preoccupato” ed “etico” Ferrara. Lo stesso preoccupato ed etico Ferrara che non batte ciglio riguardo le stragi di vite in Iraq.

Non sono stati fatti anni di lotte per il riconoscimento dei diritti della donna per vederli sparire piegati ai voleri di deliranti Ferrara, Bondi accompagnati da altrettanto deliranti Binetti! Ora, dopo 30 anni, è il momento di non permettere a nessuno di cancellare i risultati ottenuti con tanta fatica.

Pertanto proponiamo che le donne dei quattro partiti si costituiscano in un cordinamento provinciale per la difesa della legge 194. Realizzando una mobilitazione che possa arrivare anche al livello nazionale.

Ora, come ieri, l’utero è MIO e lo gestisco IO.

 

Queste sono alcune delle proposte che il nostro gruppo presenta, nella speranza di poter cambiare, insieme, la nostra terra.

Lascia una Risposta